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Emilio
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Giocare a scacchi è molto più di semplice training mentale.
Gli amanti di questa disciplina sono così numerosi, in Italia, da ver dato vita in numerosissime città a club, associazioni, scuole ed accademie. I tornei sono frequenti, a livello locale, regionale, nazionale ed internazionale.
Gli scacchisti italiani si ritrovano, poi, non solo di persona, ma anche sul web, che consente di allenarsi, sfidarsi, apprendere e migliorare ad ogni ora del giorno e della notte, con altri giocatori, campioni, maestri, a pochi chilometri di distanza o residenti da tutt’altra parte del globo.
La Federazione Scacchistica italiana fa parte del CONI e della FIDE (ossia della Federazione mondiale degli scacchi). Essa conta circa 400 club membri e, di conseguenza, più o meno 15.000 membri individuali; oltre 850 maestri di scacchi e più di 360 arbitri.
Se ami gli scacchi e già conosci qualche rudimento, sappi che puoi perfezionarti, sfidare altri giocatori, prendere lezioni private di scacchi in presenza oppure online.
Il gioco è assai amato, diffuso, conosciuto in tutto il mondo da diversi secoli.
Le origini della scacchiera e del gioco tra pedoni bianchi e neri sono così lontane, che molti cambiamenti, nel tempo, si sono prodotti nel modo stesso di giocare, di denominare i pezzi, di regolare le modalità del gioco…
Naturalmente, nessuna data esatta potrebbe essere citata in merito ad una presunta “nascita” del gioco degli scacchi. Innanzitutto, teniamo presente che gli scacchi sono dapprima stati sviluppati in Oriente, e solo dopo molto tempo sono giunti fino a noi.
Tuttavia, il fatto che esistano almeno due importanti trattati italiani sul gioco e che esistano antiche raffigurazioni murarie sul tema consente di individuare quanto meno un’epoca limite a partire dalla quale il gioco degli scacchi era con certezza praticato.
Un mosaico dell’XI secolo, ad esempio, raffigura nella Chiesa piacentina di San Savino, un giocatore seduto davanti ad una scacchiera - impegnato a muovere un pezzo – e vi appare anche il braccio del probabile avversario, posto di fronte.
Le opere letterarie che ci permettono di affermare l’esistenza del gioco sono di due tipi diversi: da un lato, vi sono i veri e propri trattati su come praticare il gioco degli scacchi; dall’altro, vi sono opere letterarie in cui, nel raccontare le attività che impegnano determinati individui, si dice che “stavano giocando una partita a scacchi” oppure che avevano appena dato “scacco matto all’avversario”. Possiamo a tal riguardo citare:
L‘anno mille, in generale, è ritenuto un periodo in cui sicuramente in Occidente la pratica scacchistica era in uso. E la sua diffusione, in epoca medievale, potrebbe essere stata accentuata dalla possibilità allegorica offerta dal gioco stesso: quale miglior modo per educare a determinate regole? Come non vedere una rappresentazione simbolica degli strati e classi sociali, nella distinzione tra pedoni, cavalli, alfieri e reali?
Il re da proteggere è lo Stato stesso, mentre regina potente ed alfiere fedelissimo sono i suoi strumenti per durare a lungo. Sebbene il grosso del rischio venga corso dai pedoni – numerosi – alla fine, ciò che conta è che il re non soccomba. La fine del re è la fine di tutto (non solo del gioco).
Se il gioco è uno dei primi modi in cui i piccoli apprendono a relazionarsi col mondo esterno, con la società e coi pari, gli scacchi sono indubbiamente un’attività interessante e foriera di risultati desiderabili.
Memorizzare le possibilità di movimento dei vari pezzi allena la memoria, favorisce la concentrazione, l’attivazione dei due emisferi cerebrali. Il gioco degli scacchi induce silenzio, abituando i piccoli individui a non temere la concentrazione, la quale scongiura ogni iperattività.
Giocare a scacchi significa attendere il proprio turno per muovere, ma anche rispettare un tempo limite per concepire la propria mossa: pazienza e celerità, insomma.
La scacchiera domanda lo sviluppo di una visione di insieme: scrutare oltre la prima fila, oltre le apparenze. Si richiede anche di effettuare un’operazione di gerarchizzazione tra i pezzi: chi sacrificare? Quali pezzi non perdere assolutamente?
Giocare a scacchi insegna ai più piccoli che non conta la quantità (dei pezzi), ma il potere di quelli posseduti (cosa che fa la differenza rispetto alla dama).
Se la raffigurazione della realtà fornita dagli scacchi corrisponde a quella di una società probabilmente gerarchicamente ingiusta ed ineguale, la scacchiera è pur sempre un terreno su cui apprendere come muoversi nella vera società: seguire le regole di base, guardarsi da tutti i lati, tenere salde le unioni tra i pezzi-chiave (si pensi agli alfieri, che muovendosi per colore in diagonale, devono ad ogni momento rimodulare la loro fedeltà agli altri protagonisti). Un assaggio di politica precoce?
Probabilmente!
La pratica degli scacchi è molto decantata dagli specialisti del cervello: neurologi, neurochirurghi, neurobiologi, ricercatori genetici…
Ogni studioso non cessa di mettere in risalto aspetti positivi collegati alla pratica assidua e regolare degli scacchi, come anche al fatto stesso di iniziare a giocare da zero, scoprendo regole, memorizzando caratteristiche dei pezzi e sperimentando strategie inedite.
Il cervello che per la prima volta da l’ordine di eseguire delle mosse è al contempo impegnato in una ginnastica mnemonica e in un rudimentale e primitivo problem solving.
Le sensazioni scaturite dall’esito di questa operazione, nonché tutte le connessioni neuronali attivate perché essa abbia luogo, fanno sì che si rafforzino determinati comportamenti e che si stabilizzino delle attivazioni funzionali. I dendriti, ad esempio, proliferano durante la scoperta del gioco degli scacchi. Inoltre, il tessuto connettivo così “rimpolpato” è mantenuto in salute anche durante le sfide e la pratica quotidiana dei giocatori ormai affermati.
Che dire, poi, dell’esercizio decisionale e strategico che gli scacchi domandano?
Se un bambino è troppo timoroso, se un adolescente è troppo dedito a condotte rischiose, allora intraprendere la via degli scacchi sarà per entrambi, in modo diverso, un’ottima attività ludica.
Da un lato, si porterà il piccolo ad acquisire sicurezza, a dover scegliere tra prospettive in un tempo definito; dall’altro, invece, si potrà vedere l’adolescente imparare a ponderare, a limitare il rischio di perdita di pezzi e di sconfitta generale.
La soddisfazione derivata dai successi in partita non farà che rafforzare le condotte sperimentate giocando! Ecco perché il vantaggio cognitivo del gioco degli scacchi non va inteso solo in termini restrittivi della neurologia, ma anche in senso lato, ossia dal punto di vista dell’apprendimento comportamentale.
Saper prevedere ed anticipare le mosse dell’altro giocatore è una dote che gli individui possono poi riattivare in altri momenti e fasi della vita quotidiana, formulando dei programmi di vita realistici e positivi.
Se stai pensando di intraprendere la via degli scacchi per tenere in forma il tuo cervello hai ragione. A fortiori, se vuoi dare qualche chances di successo in più ai tuoi figli, potresti proporre loro di frequentare delle lezioni di scacchi tenute da maestri, appassionati, campioni.
Diversi studi hanno messo in evidenza particolari abilità nella lettura, in chi gioca regolarmente a scacchi. Inoltre, l’approccio a numeri e forme geometriche è migliore in chi sa giocare. Si arriva più velocemente alle soluzioni dei problemi.
Non si tratta, allora, solo di fare inspessire la corteccia cerebrale prefrontale, ma di allenare atteggiamenti costruttivi e vincenti, da richiamare in memoria praticamente per sempre, durante l’esistenza.
Il gioco degli scacchi richiede di tentare anche soluzioni inedite, creative, di fronte a situazioni ancora mai conosciute prima di una determinata partita. Ed ecco perché questa attività non va considerata fredda e numerica. Essa, al contrario, lascia spazio assai ampio alla fantasia e all’imprevedibile.
Le partite differiscono una dall’altra, soprattutto se le si gioca con avversari di diverso livello, genere, status.
Molte scuole incoraggiano il gioco degli scacchi in Italia, proprio perché si ritiene che esso sia collegato con un atteggiamento più aperto nei confronti delle discipline tutte.
Il rispetto delle regole, dei limiti, come anche la gestione dell’imprevisto – rappresentato dalla mossa dell’altro – sono probabilmente i due fattori più rilevanti della pratica scacchistica, che la rendono assai gettonata tra genitori, adolescenti bambini ed insegnanti della scuola.
Michelangelo
Insegnante di scacchi
Michelangelo un insegnante di scacchi molto coinvolgente, sempre puntuale e con un approccio allegro e positivo che riesce davvero a interessare mio figlio.
Giulia-gaudenzia, 2 settimane fa
Michelangelo
Insegnante di scacchi
Molto bravo, gentile e disponibile con il mio tipotino di 8 anni
Manuela, Un mese fa
Artem
Insegnante di scacchi
Mi sono rivolta ad Artem alla fine della stagione, quindi non c’erano più slot disponibili per lavorare direttamente con lui. Tuttavia, lavora con un team e organizza le lezioni in base al livello e agli obiettivi. Mio figlio ha 9 anni e gioca a...
Yulia, Un mese fa
Kendry
Insegnante di scacchi
Kendry è un insegnante preparato, paziente e sempre gentile, con modi tranquilli che mettono subito a proprio agio. Segue mio figlio con grande attenzione, adattando le lezioni al suo livello: ideale sia per chi inizia sia per chi vuole...
Roberto, Un mese fa
Aneek
Insegnante di scacchi
Ho avuto la fortuna di studiare scacchi con questo insegnante e posso dire senza dubbio che è stata un’esperienza estremamente positiva. Oltre ad avere una grande competenza tecnica, riesce a trasmettere i concetti in modo chiaro, semplice e mai...
Michele, Un mese fa
Artem
Insegnante di scacchi
Devo dire che con Artem mi sono trovato veramente bene. Dopo una breve telefonata informativa ha subito capito il mio livello e mi ha affidato ad un istruttore ad hoc. E grazie a lui sto facendo progressi. Equipe altamente organizzata con diversi...
Corrado, 2 mesi fa